I TERRAZZAMENTI DI MONTEVECCHIA

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Il tradizionale paesaggio terrazzato di Montevecchia nasce dall’esigenza di coltivare i ripidi crinali della collina più famosa della Brianza, visto il particolare microclima della zona. I terrazzamenti (o “ronchi, ronchetti”, in dialetto “runch, runchett”) hanno sempre consentito agli agricoltori montevecchini di fornire alla tavole dei milanesi le primizie all’inizio della primavera, ancor prima dell’utilizzo diffuso delle serre fisse.
Gran parte dei versanti delle colline che costituiscono i crinali di Montevecchia, della Valle Santa Croce e delle Pianette a Missaglia (altro nome che ha origine dalla morfologia del territorio, in quanto un ulteriore nome tradizionale dei terrazzamenti o ronchi è anche “pianette”, “pianett” in dialetto), piuttosto che della Valle delle Galbusere tra Perego e Rovagnate (ora La Valletta Brianza) e che sono esposti a Sud sono sempre stati dedicati all’agricoltura (con la coltivazione delle tradizionale erbe aromatiche e officinali), alla viticoltura e agli uliveti, mentre quelli che guardano verso Nord sono sempre stati coperti da boschi, in particolare i castagneti.
I terrazzamenti disegnano quindi da sempre il paesaggio di Montevecchia, con opere notevoli di ingegno contadino che nei secoli hanno realizzato dei bellissimi ed imponenti muretti a secco per sostenere i ronchetti , collegati da spettacolari e ripidissime scalinate di pietra, lungo le quali i contadini trasportavano rosmarino, salvia ed uva usando il classico “gerlo” di vimini e salice in spalla. Il Parco Regionale di Montevecchia ha oggi tutelato questo paesaggio (in tutto il Parco è infatti vietato lo spianamento dei terrazzamenti) ed è in corso di istruttoria un progetto internazionale (denominato “Interreg”) che unirà in una sorta di “gemellaggio” i ronchetti di Montevecchia a quelli della Svizzera consentendo la conservazione ed il recupero delle porzioni più degradate. Proprio per le notevoli pendenze dei crinali esistenti, la viticoltura di Montevecchia è stata riconosciuta, al pari di quella della Valtellina, come “viticoltura eroica”.

L’utilizzo tipico del ronchetto montevecchino era stato dai nostri avi “ottimizzato”: la morfologia del terrazzamento consente infatti di utilizzare tutto il terreno. Infatti, mentre la parte in piano veniva utilizzata per la coltivazione delle primizie o delle erbe aromatiche, la striscia sul ciglio del crinale veniva utilizzata per i filari di viti, mentre il crinale erboso veniva utilizzato per ricavare l’erba ed il fieno per i conigli, uno degli animali che venivano allevati nelle antiche corti. Tra l’altro la posizione dei filari di vite sul ciglio del terrazzamento ha sempre favorito, a differenza dei vigneti di pianura che si fanno ombra l’uno con l’altro, il fatto che l’uva monte vecchina è sempre esposta al sole ed alle brezze di pendio che aiutano ad evitare le infezioni dei funghi più temuti dai vignaioli: la peronospora e lo oidio.
Da questo sfruttamento del suolo nasce il detto che a Montevecchia quando si compra un terreno equivale a comprare il doppio della superficie registrata al catasto: infatti, oltre alla parte piana (computato dal catasto)  va considerato anche il crinale (non computato).
Le zone dei terrazzamenti con maggiore presenza di roccia viva erano stati utilizzati dagli antichi contadini per realizzare dei “cassotti” interrati, simili ai “crotti”, per il deposito degli attrezzi, o per realizzare le piccole vasche nelle quali veniva preparato il cosiddetto “verderame” da spruzzare sulle viti per preservare le sopra citate infezioni fungine: ancora oggi, salendo a Montevecchia d’estate, è molto presente l’odore di zolfo, che viene utilizzato unito al verderame.
Uno dei momenti dell’anno in cui il paesaggio dei ronchi si può maggiormente apprezzare, è dopo le nevicate, quando la neve sui crinali si scioglie prima di quella sui pianori ed il contrasto chiaro/scuro amplifica la morfologia del territorio montevecchino.
Nella foto di questo mese, uno scorcio dei tradizionali terrazzamenti verso la località Galeazzino di Montevecchia, visti dal sentiero che collega la tradizionale Piazzetta alla località Casarigo.

Giovanni Zardoni



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