Ci ha lasciati all’improvviso Patrizia Enrica Piolatto, la Patty per noi amici, 69 anni appena compiuti e che nessuno le avrebbe dato. Se glielo facevi notare sorrideva appena, ma contenta, perché un po’ vanitosa lo era.
Si era anche regalata uno shooting fotografico professionale qualche compleanno fa, e mi aveva confidato: “L’ho fatto perché se muoio non ho nessuna foto che mi piaccia da mettere sulla tomba”.
Per la cronaca, lo shooting era andato bene.
In questi tempi strani non è stato il Coronavirus a portarcela via, né quella malattia scoperta di recente e che mi aveva confessato due mesi fa, che pare stesse combattendo con successo. Un’emorragia cerebrale: il malore al risveglio nella mattina di venerdì 3 aprile fino all’addio, poche ore dopo, nella notte.
Ci eravamo sentite solo il giorno prima, per farmi gli auguri di compleanno che non dimenticava mai: mi aveva detto di stare abbastanza bene, che il suo intervento era stato rimandato e che proseguiva con la solita terapia. Sempre positiva, sempre propositiva, occupata su mille fronti apparentemente senza sforzo: l’unica madre di gemelli (Mauro e Michele, di cui era orgogliosissima) che io conosca che definiva l’esperienza come una passeggiata di piacere.
Patrizia era una giornalista, scrittrice e bibliotecaria: a fine 2003 aveva aperto le porte del mio primo posto di lavoro, al Giornale di Merate, dove era una delle colonne portanti delle pagine culturali, poi passata alla cronaca dell’Isola Bergamasca. Abbiamo lavorato insieme per otto anni, ma le nostre strade non si sono mai divise del tutto.
Si era dedicata al lavoro di bibliotecaria, aveva dato anima e corpo in un blog e in un nuovo libro, La ragazza dagli occhiali di legno, in cui raccontava la vita di una ragazza costretta a convivere con una sindrome rarissima.
Dopo la pensione era diventata responsabile della comunicazione per la Fabio Sassi onlus, un punto di riferimento anche per le raccolte fondi e per le altre iniziative benefiche.
Ci eravamo viste l’ultima volta due mesi fa, prima della quarantena, per una delle nostre cene da ex colleghe e sempre amiche: ci avevi raccontato della malattia, qualche lacrima è scappata, ma ti sei ripresa subito: “Questa cosa la batto”. Non era retorica, non eri il tipo.
La cosa che più ti preoccupava? Perdere i capelli: “Ma appena mi ricrescono li tingo di viola”. L’avresti fatto davvero: hai sempre fatto di testa tua: eri decisa, orgogliosa, cosciente della tua forza.
Amavi il mare, la tua casa al lago, i tuoi cani e gatti, i viaggi: nonostante tutto stavi programmando una vacanza in Kenya per gennaio.
Sei una delle donne più libere, oneste e stimolanti che abbia conosciuto.
Tu forse non ci credevi, ma a me piace pensarti adesso col tuo Piermario, tuo fratello, i tuoi amati genitori.
Mancherai immensamente Patty, manchi già.
La redazione si stringe attorno ai figli Mauro e Michele.
G. M.





