Quali possono essere le cause di alcuni dei gesti estremi messi in atto da ragazze e ragazzi in questo anno di emergenza sanitaria?
Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo per parlare di adolescenti e del periodo di disagio che in molti stanno vivendo da un anno a questa parte, mi è stata subito posta una domanda: “E’ il caso di parlarne?”
Sì, sì, assolutamente sì! Anzi, troppo poco è stato detto finora e, forse, alcuni dei gesti estremi cui purtroppo abbiamo assistito, sono state delle grida di aiuto, emesse da chi è stato messo a tacere chiuso in una stanza.
La psicologia, la pedagogia, le scienze dell’educazione si sono sempre occupate di quella particolare fascia di età che va dai 12/13 anni fino all’età adulta. Da qualsiasi punto di vista la si voglia osservare, l’adolescenza è il periodo della crescita e dei cambiamenti. Cambia il modo di pensare del cervello, che comincia a compiere pensieri ipotetici sempre più complessi e articolati; cambia il corpo che si modifica, a volte bruscamente, mettendo in mostra i caratteri sessuali prima nascosti; si modificano i valori, i principi morali. I ragazzi ora sono in grado di giudicare autonomamente ciò che ritengono giusto o sbagliato e vivono i primi scontri legati alla morale, alla politica, ai principi valoriali. I genitori non vengono più visti solo come persone brave, capaci e giuste, ma i ragazzi cominciano a rendersi conto anche dei loro difetti, dei loro errori e cominciano a prendere le distanze da ciò che la famiglia e la società propongono a volte in modo assolutistico. Non tralasciamo infine l’aspetto emotivo. Tutti questi cambiamenti, le novità, il sopraggiunto interesse verso l’altro sesso provocano una vera e propria tempesta emotiva. Sentimenti, emozioni, sensazioni, interessi nuovi, paure, ansie, lotte, scoperte si avvicendano nella testa e nei cuori dei nostri ragazzi, provocando una continua altalena di emozioni.
Se si potesse riassumere il tutto con una domanda questa sarebbe: “Chi sono io?“
Se queste sono le condizioni “normali“ di un adolescente medio, proviamo a immaginare quali emozioni e pensieri stiano provando in questo anno di emergenza sanitaria mondiale. La pandemia sta suscitando in ogni cittadino vissuti legati alla paura verso qualcosa di invisibile e potenzialmente molto pericoloso. Di fronte al virus Covid-19 nessuno, neanche medici e scienziati, ha certezze, rimedi, né ricette salvifiche. Si vive sospesi all’interno di un dubbio continuo che mette a dura prova le risorse e le capacità di ognuno di noi. Resta facile dedurre che per un adolescente, alle prese con le sfide della crescita, che sgomita quotidianamente per trovare il proprio posto nel mondo, il rischio pandemico sia come una miccia pronta a esplodere. Il problema è che l’esplosione sta avvenendo all’interno delle mura di una stanza, dietro a uno schermo all’interno del quale i ragazzi sono stati rinchiusi.
Penso di non esagerare nell’affermare che da un anno a questa parte migliaia di ragazzi stiano vivendo reclusi, senza poter parlare con nessuno, senza scambi sociali, senza rapporti umani, senza potersi specchiare nell’altro, quell’altro che come uno specchio, permette al giovane di vedersi, di riconoscersi, di scoprirsi, di sentirsi legittimati, di poter dire “io esisto“. I fatti di cronaca a cui abbiamo tristemente assistito non possono essere spiegati e compresi leggendo queste poche righe. Ognuno di queste ragazze e ragazzi avevano un universo dentro, un mondo che ad un certo punto ha cambiato rotta. Purtroppo a chi è rimasto non resta altro da fare che chinare il capo umilmente e lasciar andare chi stava correndo incontro alla vita ed è stato bruscamente fermato.
Cosa possono fare in questi casi i genitori?
Questa è la domanda più semplice a cui rispondere, ma è poi difficile passare dalla teoria alla pratica: stare vicini Se pensiamo a cosa si può fare per stare vicini l’elenco potrebbe essere infinto: parlare, chiedere “come stai?“ interessarsi di tutto ciò che riguarda la vita del ragazzo, non solo del rendimento scolastico ma anche delle amicizie, degli amori, degli interessi, delle passioni, parlare delle speranze e delle paure per il futuro così come dei dispiaceri del passato; condividere un hobby, guardare un film insieme, ascoltare musica insieme (anche se spesso gli adulti faticano a comprendere i generi musicali di ultima generazione). Sono moltissimi i genitori che con dedizione si occupano dei propri figli fino a che questi non hanno raggiunto una certa età; dopodiché, di solito intorno ai 12/13 anni questo impegno va scemando. Se da una parte è comprensibile che i genitori si facciano da parte per lasciar spazio all’individuo che si sta formando, è pur vero che la figura genitoriale adesso deve essere diversa. Sempre presente, ma in modo diverso. I consigli sopra forniti sono solamente un mezzo per arrivare a quello che è l’obiettivo più importante: esserci, essere vicini, essere presenti, essere disponibili. L’adolescente deve avere dentro di sé l’idea di un genitore “a cui posso chiedere aiuto, con cui posso parlare“; sono assolutamente da evitare i muri di incomprensione e i silenzi. Non sempre la strada è in discesa, a volte sono i ragazzi stessi a frapporre un muro tra loro e gli adulti di riferimento. Cosa fare in questi casi? Il consiglio è quello di entrare in punta di piedi nel mondo di quella ragazza o ragazzo. Proviamo a trovare un argomento di conversazione, qualcosa che possa interessare (musica, film, sport, routine di bellezza) per rompere il ghiaccio e aprire un dialogo. L’adolescenza è così turbolenta che a volte gli adulti ne sono intimoriti e, piuttosto che tentare di capire il perché di certi avvenimenti, è più facile trincerarsi dietro divieti, regole, proibizioni, castighi invece di capire come mai quel determinato ragazzo si sta comportando in un certo modo. Occorre ricordare sempre una cosa: il comportamento, ciò che si fa, è la manifestazione di qualcosa di più profondo. Non guardiamo solo la superficie delle cose i brutti voti, “cattive“ frequentazioni, uso di alcol e droghe, ma chiediamoci: “perché?“, “cosa vuole dire facendo così?“. Stiamo vicini ai ragazzi, guardiamoli negli occhi, senza giudicarli, ma per vedere cosa ribolle nella profondità della loro anima e dire “ti vedo e sono qui per te!“. Un piccolo esercizio potrebbe esserci d’aiuto. Immaginiamo nostro figlio/a a 30 anni mentre sta parlando dei suoi genitori. Ormai sono terminate le turbolenze adolescenziali e il ragazzo di un tempo ora è un uomo adulto. Che idea abbiamo lasciato dentro nostro figlio di noi come genitori? Se il vissuto sarà positivo allora vorrà dire che avremo svolto un buon lavoro.
E gli insegnanti?
A volte i docenti hanno una corsia preferenziale perché molti adolescenti li vedono come adulti con cui poter parlare, potendo mantenere una certa distanza di sicurezza, una persona che può aiutare senza che sia “ingombrante“ come un genitore.
Innanzitutto anche gli insegnanti possono stare vicino ai ragazzi parlando con loro del più e del meno, così come di cose serie e importanti che esulano dal programma scolastico. E’ bene anche ricordare che ormai tutti gli istituti scolastici dispongono di progetti, spazi di ascolto psicologico a cui i ragazzi possono rivolgersi gratuitamente.
Per quanto riguarda l’aspetto didattico vale la pena sottolineare che la scuola serve per crescere ed imparare, non per prendere bei voti. Non è saggio giudicare un ragazzo per la sua prestazione durante un compito in classe, valutiamo il compito non la persona che l’ha realizzato, sarebbe alquanto riduttivo. Anche perché non è semplice essere messi alla prova e valutati tutti i giorni della settimana. Un po’ di empatia non guasta mai…
Bastano semplici frasi “Sono sicuro che puoi fare di meglio…”, oppure “Ho visto che ti sei impegnato e i risultati sono arrivati!”.
E i coetanei ? Cosa possono fare gli amici?
Spesso gli amici si conoscono l’un l’altro molto a fondo. Di fronte a un amico in difficoltà, però, non è semplice per un ragazzo essere d’aiuto perché, probabilmente, sta vivendo anche lui/lei la medesima situazione. Altre volte invece un adolescente non sa cosa fare, come comportarsi per aiutare un amico perché non ha alle spalle un’esperienza tale da poter essere di supporto.
L’ideale sarebbe che il ragazzo che percepisce le difficoltà di un amico si rivolga a un adulto per segnalare il problema. L’amico potrebbe essere il tramite attraverso cui l’adulto può mettersi in contatto con il ragazzo in disagio.
E cosa possono fare i ragazzi che vivono questo tipo di situazioni?
Parlare, parlare, parlare con qualcuno: amici, genitori, insegnanti, parenti, vicini di casa, allenatori… Nella vita di ognuno di noi c’è qualcuno disposto se non ad aiutarci, per lo meno ad ascoltarci. Parlare consente di condividere il carico emotivo di quanto si sta vivendo e di renderlo più leggero, meno oscuro, più vivibile. Spesso il passo più difficile è uscire dall’autosabotaggio e iniziare a credere che da qualche parte ci sia qualcuno che fa al caso nostro. Infine, ricordo che sul territorio sono presenti molti servizi gestiti dalle ASST, dagli istituti scolastici, da varie associazioni che offrono sostegno psicologico e percorsi di psicoterapia.
Se si vive un momento di difficoltà proviamo a cambiare qualcosa; solo in questo modo le cose cambieranno.
Valerie Casati
Psicologa

