In un recente articolo avevamo parlato dei disturbi alimentari che a volte colpiscono adolescenti e giovani. Oltre alle più note anoressia e bulimia, negli ultimi anni è venuto alla luce un nuovo tipo di disturbo il “binge eating”, traducibile con il termine “abbuffate”.
Il principale criterio diagnostico che occorre soddisfare affinché si possa effettuare questo tipo di diagnosi è ingerimento di una quantità spropositata di cibo, in un breve periodo di tempo. L’episodio deve verificarsi almeno una volta alla settimana per un periodo minimo di tre mesi.
Cosa porta una persona, anche in questo caso stiamo parlando di ragazzi e giovani adulti, a mettere in atto questo tipo di alimentazione?
Per comprendere il fenomeno è bene far riferimento al modello bio-psico-sociale.
Da un punto di vista biologico il ragazzo/a ha un sistema nervoso che “preferisce” la gratificazione immediata che il cibo offre, ad una ricompensa che arriva a lungo termine mantenendo un corretto stile alimentare. È come se il cervello non riuscisse ad aspettare… meglio tutto e subito.
Le dinamiche psicologiche che vi si celano riguardano come la persona percepisce il proprio aspetto fisico. Al contrario di quanto accade nella bulimia il grasso e il peso corporeo eccessivo vengono “utilizzati” per creare il proprio posto nel mondo o meglio, all’interno della famiglia. Probabilmente la persona in questione ha o crede di avere poco valore quindi cerca di affermarsi assumendo una forma imponente. Infatti nel binge eating non si prova senso di colpa per aver mangiato troppo (cosa che accade nella bulimia) e non si cerca il vomito autoindotto per espiare il proprio senso di colpa per ciò che è stato mangiato.
Come per gli atri disturbi alimentari il sistema di appartenenza gioca un ruolo molto importante: perché questo ragazzo non si sente importante? Perché utilizza il peso corporeo per venir meno a relazioni sociali e/o amorose?
Il cibo è molto importate non solo perché influisce sullo stato di salute fisica della persona, ma anche perché è ciò che determina la vita. Osservando il tipo di alimentazione, o anche solo la quantità, è possibile capire se un ragazzo ha un rapporto sano con il cibo oppure no. Quando il cibo viene vissuto come premio, punizione o come mezzo per raggiungere/evitare qualcosa allora questo rapporto si altera con il rischio che si instaurino meccanismi disfunzionali. Genitori e adulti di riferimento possono cogliere tali campanelli d’allarme: è sufficiente guardare come un adolescente mangia e se ha o meno, con il cibo un rapporto “normale“.
V.C.

