CERNUSCO, QUANDO L’ACCOGLIENZA È GRANDE

Sono arrivate a Cernusco martedì notte dopo un lungo viaggio per fuggire dalla guerra. Stiamo parlando di tre giovani donne ucraine con i loro figli che hanno trovato accoglienza da Franca  e Pietro Scaccabarozzi a Cernusco e dalla figlia Roberta che vive a Osnago.
È la giovane nipote Marta a spiegarci alcuni passaggi della loro fuga dall’Ucraina, utilizzando il traduttore italiano ucraino perchè nessuna di loro parla la nostra lingua o l’inglese.
«Alina era già stata ospitata da noi nei mesi estivi dal 1996 fino al 2000 e mia madre Roberta è sempre rimasta in contatto su Facebook con lei e il figlio Sergei. Quando ha saputo che la sua casa è stata distrutta e che la città di Chernihiv era stata rasa al suolo, non ha indugiato a ospitarla con il figlio di otto anni, considerando anche che è all’ultimo mese di gravidanza.  Ora infatti si trova in ospedale per partorire».
Chenihiv, città dell’Ucraina settentrionale con circa 290 mila abitanti è stata completamente distrutta e metà degli abitanti sono fuggiti, mentre si contano circa 200 perdite tra i civili.
La sorpresa per i signori Scaccabarozzi è che con loro due sono arrivati anche Tania con Anastasia di 9 anni e Julia con il figlio Ruslan di 13 perché legati da parentela.
Le tre donne con i loro figli più due cani, sono salite su un’unica auto. Rimaste senza benzina, hanno dovuto abbandonare il mezzo e proseguire a piedi fino alla stazione ferroviaria dove hanno preso il treno per la Polonia. Qui la Croce Rossa italiana ha accompagnato il gruppo fino a Bologna, dove sono saliti sull’intercity diretto a Milano. Ad accogliergli alla stazione centrale c’erano Roberta con Marta, Paola e Andrea. Poi l’arrivo a Cernusco e Osnago e finalmente un pasto e un letto caldo per tutti.
I sorrisi di Tania e Julia, che abbiamo intervistato, non evidenziano le difficoltà che stanno vivendo, forse non vogliono mostrare troppo ciò che provano o forse vogliono rimanere serene per i ragazzi, già strappati dal loro ambiente e dai loro compagni.
Tania ha 29 anni e lavorava come panettiera. Ci fa conoscere la figlia Anastasia, unica femminuccia con due grandi occhi chiari che ama la danza classica e il disegno.
Julia ha 34 anni e lavorava come venditrice; dice che aveva tanti progetti ma ora lei ha lasciato tutto: casa, lavoro, parenti… Pensava che dopo i primi giorni di combattimento tutto finisse e invece… Suo figlio ha lasciato la scuola e i compagni di giochi, ma sembra un ragazzo sereno con il sorriso sulle labbra. Ci dice che mangia di tutto e che gli piace soprattutto la pizza. Ieri il gruppo ha fatto un picnic al parco del Curone e hanno passato una bella giornata all’aria aperta. Chi invece appare triste e taciturno è Sergei che se ne sta seduto sul divano a guardare i cartoni animati. La mamma in ospedale per il parto, il nuovo fratellino in arrivo, la famiglia divisa, l’ambiente e la lingua sconosciuti accentuano la sua solitudine. Il risvolto per lui è la chiusura, l’isolamento ed è per questo che forse più di altri necessita di essere inserito in contesti scolastici e aggregativi.
«La gente è molto generosa – dice Franca, la padrona di casa – tutti i vicini, amici e conoscenti si sono attivati per farci avere qualcosa per loro. Chi ha portato giochi, chi vestiario e chi cibo anche già preparato per evitare di farci cucinare. Abbiamo la casa grande ma i ragazzi forse hanno bisogno d’altro, certamente della scuola e di un gruppo in cui inserirsi. Siamo in contatto con una squadra di calcio, vediamo…».
La generosità del paese è grande e in molti si stanno attivando per venire incontro a queste mamme con bambini e alla famiglia ospitante. Forse la buona volontà da sola non basta, occorre anche una programmazione a lunga distanza, per coinvolgere queste giovani donne e i loro figli in attività lavorative e di studio, dando loro la possibilità di stare a contatto con altre persone e magari imparare la nostra lingua.  Inoltre sembra che ci siano problemi con le pratiche burocratiche per i rifugiati che richiedono spostamenti nei vari uffici pubblici e che andrebbero snellite per non creare ulteriori problemi alle famiglie ospitanti.
Le istituzioni in questi casi potrebbero essere di grande aiuto, sostenendo in questo percorso anche tutti coloro che hanno aperto la loro casa all’accoglienza.

             S.F.



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