Qualche settimana fa è stato affrontato il tema dei disturbi alimentari durante l’adolescenza, sottolineando come la strumentalizzazione del cibo sia sempre un segnale di dinamiche che poco hanno a che fare con gli alimenti in quanto tali, ma che riguardano invece temi quali l’autostima, l’accettazione di sé, da parte dei familiari o del gruppo dei pari, l’autoefficacia…
Oggi invece vogliamo parlare di alimentazione o meglio di educazione alimentare. Non è il caso di soffermarsi su cosa sia salutare o meno, parleremo invece del significato psicologico del momento del pasto.
Nei primi mesi di vita il neonato vive una fusione tra sé e la madre: non vi è alcuna distinzione tra il proprio corpo e quello materno. A poco a poco il cervello, proseguendo il suo sviluppo, arriva a distinguere le due entità: io/altro. L’altro ovviamente è la madre e un ruolo preponderante lo svolgono il viso e il seno. È tramite l’allattamento che il bambino percepisce la sensazione di sazietà e pienezza. Queste sensazioni sono innanzitutto fisiche, ma celano al loro interno dinamiche estremamente importanti. “Questo seno, mia madre mi sta nutrendo; io vivo grazie a lei. Quando ho fame la mia esigenza viene soddisfatta”. Se si potesse tradurre a parole ciò che un neonato prova durante il pasto, i significati sarebbero più o meno questi.
Poi arrivano lo svezzamento e il mangiare da soli, ma il significato non cambia: stiamo parlando di cura, attenzione e dedizione.
Apriamo una parentesi: le ricerche hanno mostrato che nulla cambia tra allattamento al seno e con il biberon.
Anche quando il momento del pasto diventa una routine automatizzata (siamo negli anni della scuola dell’infanzia) le dinamiche intrapsichiche sono le medesime: la mamma/ papà cucina per prendersi cura di me e della famiglia. Io mangio e mi prendo cura di me.
Questa premessa è stata doverosa perché alcuni genitori preferiscono adottare lo stile del “se non mangia oggi, mangerà domani”. Se questa dinamica accade ogni tanto, quando in tavola c’è qualcosa che non piace, non c’è problema; ma se il non mangiare si ripete sempre, a pranzo e a cena, a casa, a scuola e fuori casa allora si sta instaurando un meccanismo non salutare. Oltre al salto del pasto e al digiuno prolungato cosa avviene nella mente del bambino? Se potessimo tramutare in parole quello che avviene a livello inconscio, cosa si potrebbe dire? “Nessuno mi sazia, nessuno nutre le mie esigenze, nessuno mi cura. E se nessuno me lo ha fatto vedere, come faccio a farlo da solo? ”
A lungo andare questo vissuto potrebbe sfociare in problematiche delicate e difficili da affrontare. Ciò che si vive durante l’infanzia ha ripercussioni per tutta la vita.
Tornando ai disturbi alimentari: se sopraggiungono in adolescenza hanno un significato; ma se le radici di questo disagio sono ben più profonde sarà molto più difficile colmare il vuoto creatosi negli anni.
V.C.

