Tra gli adolescenti e i preadolescenti si riscontrano più spesso che in passato, condotte autolesive. Queste consistono nel provocare a se stessi tagli, bruciature, escoriazioni, utilizzo di punteruoli o oggetti simili, colpi alla testa o ad altre parti del corpo o nell’ingestione di grandi quantità di farmaci o sostanze chimiche. Perché alcuni ragazzi mettono in atto tali comportamenti? Si possono distinguere alcune motivazioni di base:
- ottenere sollievo. Alcuni pensieri o emozioni possono erroneamente essere percepiti come sbagliati, pericolosi o fare paura. Le sensazioni fisiche che si provano durante la lesione, arrecano un sollievo (ovviamente temporaneo) da ciò che viene vissuto come negativo;
- risolvere una difficoltà interpersonale;
- provocare una sensazione positiva. A tal proposito è doveroso ricordare che l’autolesionismo può provocare dipendenza a causa dei neurotrasmettitori che durante l’atto vengono secreti dal cervello.
Oltre a queste motivazioni, se ne possono aggiungere altre di natura diversa:
- punizione: la lesione viene messa in atto per punire se stessi quando si ritiene di aver sbagliato qualcosa o di essere una persona “sbagliata“. Solitamente chi intende auto punirsi è molto critico verso se stesso;
- comunicazione: la lesione fisica viene utilizzata per mostrare agli altri quanto si stia soffrendo.
Come capire se un/a ragazzo/a sta compiendo atti di autolesionismo? Ci sono alcuni segnali che si possono scorgere da lontano:
- nascondere il proprio corpo ad esempio cambiando stile di abbigliamento o indossando vestiti lunghi e pesanti anche in estate. Un’altra tecnica usata dagli adolescenti è quella di non volersi mostrare mentre fanno la doccia o se si stanno cambiando;
- isolamento: voler stare spesso o sempre da soli può essere indice di un disagio emotivo;
- sbalzi d’umore: cambiamenti repentini, generalmente tendenti a accessi d’ira o crisi di pianto per futili motivi, sono riconducibili a stati di ansia, stress eccessivo o depressione;
- rendimento scolastico: le ricerche scientifiche hanno evidenziato che i ragazzi che mettono in atto tali condotte generalmente frequentano la scuola con scarso profitto.
Cosa si può fare per andare incontro a questi ragazzi? Il consiglio principale riguarda l’importanza delle emozioni positive. Se i ragazzi riescono a provare delle emozioni positive allora potrebbero, poco per volta, arrivare a capire che esiste altro, oltre al proprio dolore. Certo non è facile: spesso i ragazzi si chiudono in se stessi, rifiutano di parlare con gli adulti, preferiscono vivere appartati dal resto della famiglia. La chiave sta nell’offrire un’alternativa: un modo più funzionale per comunicare ciò che si sta provando; un altro modo di vedere, “giudicare” e osservare sentimenti e pensieri prima considerati “brutti o sbagliati”.
Una cosa che è importante far capire è che le emozioni e i pensieri non sono mai sbagliati a prescindere. Ognuno di noi ha il diritto di vivere e di accettarsi così com’è. In generale è sempre bene rivolgersi a un professionista per interrompere il meccanismo dannoso che si è innescato e tornare a modalità più funzionali e salutari per far esperienza del mondo e di noi stessi.
V.C.

