L’orrore lo abbiamo conosciuto non solo dalla storia ma dalle ricostruzioni cinematografiche, dalle testimonianze sentite, dai segni lasciati nel corpo e nell’anima da chi è sopravvissuto. Ma il viaggio nell’orrore è quello che dà veramente l’idea di cosa sia accaduto in quei luoghi. Luoghi che diventano reali, caricando di angoscia chi li attraversa. Un viaggio necessario a volte per comprendere da vicino, al di là di ricostruzioni cinematografiche che potrebbero apparire delle forzature. Auschwitz e Birkenau, denominata anche Auschwitz 2, appaiono nello squallore di una crudeltà che ancora si respira perché l’aria è impregnata di sofferenza e di morte e i muri parlano con i graffi di coloro che disperatamente si attaccavano alla vita.
Lunghe code di giovani e meno giovani superano ogni giorno il cancello con la scritta “Arbeit macht frei” – tristemente famosa per il suo significato illusorio – e percorrono questi luoghi che riportano a un capitolo doloroso della storia. Ognuno lo percorre a modo proprio, con preghiere tardive, con una sofferenza silenziosa ma sempre con grande rispetto per un dolore che non può essere cancellato dal tempo.
Si cammina tra costruzioni a blocchi, con le camere delle torture, quelle a gas e quelle della morte e dietro i vetri – testimonianza di quanto sottratto agli internati – mucchi di valigie, occhiali e altri oggetti personali. Alle pareti numerose foto di uomini e donne con la divisa a righe i cui volti sono simili l’uno all’altro per lo sguardo spento, come spente erano le loro vite dentro quelle baracche in attesa di una morte certa. Tra le foto appese in alcune stanze, scattate ai sopravvissuti dopo la liberazione, colpisce quella di due gambe scheletriche, senza corpo né viso volutamente risparmiati allo scatto fotografico. Non si può rimanere indifferenti davanti alle atrocità causate dal sadismo di carnefici senza scrupoli e gli occhi diventano lucidi mentre il nodo alla gola blocca il respiro. Si prega e si piange in silenzio mentre gli interrogativi rimangono dentro le bocche socchiuse.
Ci si domanda dove fossero le coscienze, dove fossero i sentimenti umani.. Ci si domanda come avessero potuto dei padri di famiglia far soffrire i bambini in quel modo, separati dalle loro madri e sistemati in cuccette di legno, come animali in gabbia, tra sporcizia, fame, freddo e null’altro attorno che se stessi, in mezzo a un vuoto che sapeva di morte. Non ci sono parole, non aggettivi sufficienti per descrivere ciò che si è visto e neppure ciò che si è provato. Nulla può descrivere la crudeltà mentale e il desiderio di annientamento che ci si rifiuta di credere appartenga all’uomo. Eppure, tutto è accaduto fino a quel 27 gennaio del 1945 quando i russi sono arrivati ad Auschwitz-Birkenau, anche se molte prove erano già state cancellate dagli stessi nazisti. Non hanno però cancellato la memoria.
S.F.










