Dalle mense senza più prosciutto alle ore di religione sospese fino all’arrivo di un insegnante alternativo, dai presepi non esposti per timore di polemiche ai crocifissi rimossi, i casi di Pordenone e Piacenza raccontati in questi giorni riaprono una domanda centrale per la scuola italiana: dove finisce l’accoglienza e dove inizia la rinuncia a se stessi.
La scuola pubblica è laica, ma non è mai stata neutra dal punto di vista culturale. Porta con sé una storia fatta di radici cristiane, di tradizioni, di letteratura, di arte e anche di cucina. Certi alimenti fanno parte del paesaggio economico e culturale tanto quanto il presepe di dicembre è parte di una memoria collettiva che va oltre la fede. Non sono simboli da imporre, ma patrimoni da trasmettere e spiegare.
L’integrazione funziona se è a doppio movimento: chi arriva rispetta le regole e la cultura del Paese che lo accoglie, chi accoglie prevede spazi di rispetto e menù alternativi per le diverse sensibilità religiose. Cosa diversa è l’omologazione al ribasso, cioè eliminare un alimento per tutti per non gestire una differenza, o sospendere una lezione per tutti per timore di una protesta.
Significativo che a definirla una strada sbagliata siano, come riportano alcuni articoli, gli stessi imam: l’integrazione non è togliere, ma aggiungere possibilità.
Il rischio più grande è l’autocensura preventiva. Se la scuola, per evitare conflitti, sceglie di non raccontare più cosa è il Natale, cosa sono determinati alimenti, cos’è la nostra storia, smette di essere luogo di conoscenza e di incontro. Una vera inclusione non si fa cancellando la propria cultura per non urtare nessuno, ma spiegandola a tutti, accanto al rispetto per le altre culture.
Senza un’identità chiara da trasmettere, anche l’integrazione perde il suo punto di riferimento.
D.V.

