In occasione del 25 aprile 2020 non potendo incontrarla per via del Covid, l’ho intervistata al telefono sui suoi ricordi del 25 aprile del ’45.
Dov’era il 25 aprile 1945?
Ero a Sondrio in una frazione nelle vigne e diluviava. C’era la neve. Quella mattina scendevano dalle montagne i partigiani con ombrelloni grandi e rossi perché la guerra era finita. Ricordo di aver visto fuori dal mio portone di casa un forestiero inseguito da 3 o 4 partigiani anche loro sconosciuti che volevano ammazzarlo. Io ero sulla soglia del portone e sono uscita urlando “fategli il processo! Non si fa così!” ma l’hanno preso a legnate ed è morto (forse era un fascista). L’hanno portato sulla scaletta del cimitero e l’hanno abbandonato lì senza che nessuno sapesse chi fosse. Io ero considerata fascista perché mio papà era un politico e pertanto ritenuto colpevole. Anche io mi sentivo dalla parte del papà. Ho frequentato la scuola dal 1942 al 1945 con sentimenti fascisti. La mia professoressa di filosofia (Tam Angela forse di origine svizzera) che era molto brava, è stata fucilata insieme a dieci studenti perché considerati fascisti. I più cattivi si sono sentiti liberi.
Cosa è per te la libertà?
Ho capito che sono stata vittima dei professori i quali inculcavano nei ragazzi quei sentimenti fascisti. Il fascismo aveva sbagliato e quando l’ho capito mi sono messa a piangere e ho cambiato strada ed ho incominciato a lavorare. Ricordo anche la grande gioia nel vedere l’Italia in mano a personaggi molto molto importanti. A Sondrio il vuoto della politica è stato riempito dalla Chiesa e io ho incominciato ad impegnarmi nell’Azione Cattolica diventando anche una dirigente. Tenevo conferenze due volte all’anno. In quegli anni nasceva anche il sindacato-scuola al quale mi sono iscritta e sono diventata un’attivista. Era come se dovessi espiare la colpa, dovevo rieducarmi a nuovi sentimenti e non li ho mai più traditi.
Cosa ricordi della guerra?
La guerra a Sondrio non è arrivata, noi eravamo abbastanza tranquilli perché i punti di interesse bellico erano: la stazione ferroviaria e i ponti delle città. Una delle poche azioni di guerra che mi ricordo riguarda un bombardamento a un palazzo vicino alla stazione ferroviaria che è stato raso al suolo ma senza vittime in quanto tutte le famiglie si erano riparate nel rifugio sotterraneo salvandosi miracolosamente.
Per Natale sono sempre andata a trovarla e mi preparavo con pazienza ad ascoltare i racconti della sua vita da insegnante che con la teleferica raggiungeva la sua scuola di montagna dove accendeva la stufa con la legna che portavano i bambini. E così anche in quelle occasioni ero io che ascoltavo lei che raccontava.

