L’HABEAS CORPUS DI STEFANO MOTTA AL CENTRO CULTURALE LAZZATI

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«Stasera parleremo con il suo autore di un libro potente, denso, forte, doloroso, direi veramente indispensabile, che va letto a tutti i costi, legato ad un avvenimento storico importante e che coinvolge».
Così Canzio Dusi, membro del Centro Culturale Lazzati di Osnago, ha introdotto l’appuntamento del Caffè letterario di venerdì 23 aprile, tenutosi per la prima volta in modalità online sul canale Youtube del Centro parrocchiale di Osnago. Ospite della serata il professore e scrittore Stefano Motta, già invitato in passato dal Centro, che ha presentato il suo ultimo libro Habeas Corpus  proprio nella Giornata internazionale del libro.
«Il libro ci porta a ragionare su un tema drammatico sempre attuale, legata a quella che Hannah Arendt ha definito la banalità del male – ha introdotto Dusi – ovvero la capacità dell’uomo di provocare dolori atroci ad altri esseri umani senza neanche conoscerli, senza una ragione per farlo».
Nella storia raccontata nel libro, ambientato in Argentina negli anni della terribile dittatura del generale Videla, vi sono due guide le cui vicende umane ad un certo punto si incrociano. La prima voce è quella Alice Domon, ovvero suor Cathy, giovane suora di origine francese che in Argentina si occupa di donne prostitute e che ad un certo punto decide di lasciare l’abito per stare ancora più vicino a queste donne e ai problemi sociali con cui viene in contatto. La sua storia è raccontata tramite le lettere che lei stessa indirizza in Francia alla sua famiglia. La sera del 14 dicembre 1977 Alice Domon scompare, gettata da un aereo nell’Oceano Atlantico insieme con le fondatrici delle Madres di Plaza de Mayo e il suo corpo non verrà mai più ritrovato. La seconda voce narrante è quella di un torturatore dell’ESMA, la Escuela Mecanica de la Armada, che negli anni della dittatura argentina ha costituito un campo di detenzione clandestino in centro Buenos Aires.
L’autore, incalzato dagli interventi di Dusi, ha dapprima descritto la trama del suo libro e la genesi, inizialmente casuale e poi fortemente voluta.
«Il libro è un libro durissimo, potente, non prettamente commerciale e che non è facile decidere ad esempio di regalare, ma su cui riflettere, e ringrazio quindi la casa editrice per la scelta coraggiosa di pubblicarlo – ha raccontato Motta – Mi sono appassionato per caso all’argomento trattato nel libro: una sera incappai per caso e un po’ svogliatamente su LA7 in una replica del programma Atlantide dedicata alla dittatura argentina di Videla e pochi minuti dopo mi resi conto in realtà con stupore di non sapere nulla di quella vicenda. Lo studio per scrivere il libro è stato come sempre il momento più bello: ho iniziato a leggere libri, articoli e atti di processi sull’argomento e tra le tante storie mi sono imbattuto nella microstoria di suor Cathy che mi ha incuriosito. Una piccola storia su tutte le altre, che ho trovato per talento e fortuna e che non è conosciuta quasi da nessuno, ma che è troppo importante per rimanere nascosta, è necessario saperla e quindi ho capito subito di doverle dare voce, che era necessario farlo».
L’autore è poi sceso più nel dettaglio nella descrizione dei due personaggi principali. «Suor Cathy è un personaggio vero e quindi quando uno scrittore ha un personaggio vero non lo deve toccare. Per questo ho mantenuto la sua voce limitandomi solo a tradurre dal francese all’italiano le sue lettere, a volte anche un po’ sgrammaticate».
La semplicità e l’ingenuità di questa ragazza martire e quindi testimone coraggiosa, che vuole salvare tutte le donne che incontra sacrificando alla fine sé stessa, stridono accanto al cinismo, al pragmatismo militare, ai monologhi lucidi del torturatore, realmente esistito, che incarna la voce del male e che è uno dei tanti aguzzini, forti davanti ai deboli ma in realtà codardi davanti ai forti, che hanno nomi e cognomi e vivono tuttora in Argentina impuniti grazie ad una legge formulata ad hoc.
A detta dell’autore stesso, il libro è sicuramente di genere diverso rispetto a quelli di narrativa per ragazzi e di studi su Alessandro Manzoni a cui egli ha abituato il suo pubblico.
Motta ha rivelato che la cosa più difficile per lui nella stesura di questo libro è stata sicuramente lo scrivere del male poiché era complesso restare dentro il male che stava raccontando senza sporcarsene. Per questo ha utilizzato un escamotage narrativo che coinvolgesse inoltre il lettore, rendendolo partecipe di quel male: «Una delle espressioni che il torturatore presentato nel libro utilizza più spesso è “non so se mi spiego”. In quei punti mi sono fermato nella narrazione perché non c’era bisogno di spiegare quello che stava avvenendo. In quei momenti è il lettore che diventa agente del male, che prova la mia stessa sensazione di rabbia nel comprendere da sé cosa avviene».
Si è tornati poi a trattare del contesto in cui si svolge la vicenda narrata nel libro che si colloca temporalmente durante la dittatura di Videla durante la quale all’Argentina erano stati assegnati i mondiali di calcio del 1978. La comunità internazionale non sapeva quello che stava avvenendo in Argentina perché gli Argentini avevano creato piccoli luoghi di prigionia, avevano svolto piccoli stermini di massa e non c’erano cadaveri perché le persone risultavano desaparecidos. I giovani dissidenti dovevano essere fatti sparire nel silenzio e senza che nessuno si accorgesse entro il dicembre del 1977 prima delle elezioni americane del 1978. I giovani universitari dissidenti politici dovevano essere catturati nella normalità in abiti civili con la scusa di ispezioni per droga e portati nel luogo di detenzione, ovvero la soffitta della residenza borghese degli ufficiali della marina militare argentina. La marina aveva inviato anche un infiltrato tra le madri attiviste di Plaza de Mayo per sabotare i loro tentativi di fare chiarezza sulla sparizione dei loro figli e portare alla loro cattura. Le madri infatti erano poi state fatte sparire attraverso cinque “voli della morte”, durante i quali erano state gettate vive nell’Oceano Atlantico. Questa modalità venne scoperta dopo la caduta della dittatura di Videla a causa di errori ingenui di piloti e manutentori nella compilazione dei libretti di volo degli aerei che avevano svolto questo servizio di morte. Inoltre, prima di essere così uccise alcune donne incinta erano state fatte partorire e i neonati erano stati dati in adozione, acquistati dalle famiglie ricche della borghesia argentina. Quindi in Argentina vi sono tuttora intere generazioni di figli di desaparecidos che non conoscono realmente le proprie radici.
Al termine della serata Motta ha poi rivelato l’ispirazione per il titolo del libro.
«Il libro si intitola Habeas Corpus titolo evocativo dal diritto degli avvocati di andare di fronte ad un tribunale quando una persona è detenuta illegittimamente o è stata privata della sua libertà per chiedere che venga mostrato il suo corpo, possibilmente vivo. Rispetto a quel periodo ci sono un sacco di Habeas Corpus promossi dalle madri che volevano sapere dove fossero i figli e depositati da legali presso la Corte di Giustizia di Buones Aires. Tutti questi non ebbero risposta e anzi sparirono anche alcuni degli avvocati. L’uso del latino e del maiuscolo nel titolo ricorda le scritte sulle lapidi e l’ho scelto per dare idea del martirio, dell’offerta di questa donna».
La conferenza integrale è visibile sul canale Youtube del Centro parrocchiale di Osnago www.youtube.com/watch?v=_w8urPfsgLE.
Il libro è acquistabile sugli store online e sul sito internet della casa editrice www.edizionidelfaro.it/libro/habeas-corpus.

V.S.



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