La seconda edizione del Festival della fede Kenbe Fèm è proseguita sabato 11 ottobre con una giornata ricca di eventi.
Alle 10.30 presso la sala della comunità di Lomagna si è tenuto l’evento Testimoni di speranza … nello sport per capire come attraverso lo sport si può testimoniare la speranza, anche oltre qualche limite che la vita può proporre.
La storia di Daniele Cassioli, campione paraolimpico di sci nautico, assente per indisposizione, è stata raccontata con quelle di Benedetta Pilato, nuotatrice olimpica, Simone Barlaam, nuotatore paraolimpico, miglior atleta del 2025 e Filippo Carossino, capitano della nazionale maschile di basket in carrozzina da Paolo Bruni, collaboratore della FOM e di alcune federazioni sportive, mental coach di alcune delegazioni italiane alle ultime due olimpiadi e paraolimpiadi e ad alcuni campionati del mondo.
Tramite queste storie Bruni ha lasciato messaggi significativi.

«Nessuno è perfetto. Spesso non ci accorgiamo che un limite che ci viene donato è un’occasione. Lo sport aiuta a capire che ciascuno ha i suoi limiti che vanno affrontati e ha i suoi talenti che vanno allenati. Niente è impossibile ma ci vogliono le tre cose che ci hanno insegnato questi campioni: credere in sé stessi e dare il meglio di sé, ritenendo la prestazione più importante del risultato; credere che, anche se hai un grande talento, devi impegnarti tantissimo per farlo crescere; non restare da soli poiché lo sport mette in campo insieme agli altri».
Alle 16 presso la sala della comunità si è tenuta la tavola rotonda Testimoni di speranza … in Medioriente, nella quale sono intervenuti Aldo Velardi dell’Associazione Soleterre, che ne ha raccontato la storia, ha presentato il progetto di oncologia pediatrica a Gaza e in Cisgiordania e ha letto un messaggio di un’operatrice umanitaria dell’associazione che aveva conosciuto suor Luisa Dell’Orto a Haiti, e Gennaro Giudetti, da quindici anni operatore umanitario con diverse ONG in vari scenari di conflitto nel mondo, tra cui Haiti, da poco rientrato da Gaza ove ha operato con l’ONU e l’OMS. Giudetti ha raccontato con coraggio e commozione lo scenario e le notizie reali di Gaza e la resilienza dei Palestinesi, invitando a protestare, non voltare la faccia rispetto a ciò che sta accadendo ed essere il cambiamento.
«Non posso più rientrare a Gaza perché raccontavo quello che vedevo e Israele mi ha rifiutato il rientro: sono uno dei pochi testimoni oculari internazionali di quello che sta accadendo a Gaza. Il grado di distruzione e violenza che c’è a Gaza non l’ho visto mai da nessuna parte. Non hanno lasciato nulla in piedi per lasciare un posto invivibile – ha raccontato Giudetti – Non è stato rispettato neppure il diritto umanitario internazionale perché hanno bombardato anche le case e i depositi di noi internazionali e gli ospedali. Non c’è luogo sicuro a Gaza».
Ha poi spiegato come Israele controlli tutto ciò che entra a Gaza, ove non ci sono farmaci, cibo, soldi contanti e come non ci siano errori nei bombardamenti come si lascia a volte credere, sottolineando come a Gaza stia morendo l’Unione Europea, che per interessi economici e commerciali sta chiudendo gli occhi. Riguardo le recenti speranze di pace ha evidenziato: «Se non ci sarà giustizia, questa pace non ci sarà mai».
Al termine dell’incontro, dopo aver ricordato il Progetto Olio per Olio a sostegno delle famiglie cristiane di Aleppo in Siria, i cui volontari non hanno potuto essere presenti, don Andrea ha conferito a Giudetti il premio Kembe Fèm. Guidetti ha poi effettuato un piccolo firma copie del suo libro Con loro come loro. Storie di donne e bambini in fuga e ha incontrato monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico nella penisola arabica, che ha celebrato la Messa delle 18 con il parroco e padre Giuseppe Dell’Orto, fratello di suor Luisa. Durante l’omelia Martinelli ha raccontato la sua esperienza di vicario apostolico nell’Arabia meridionale, delineando i diversi scenari presenti negli Emirati Arabi Uniti, in Oman e nello Yemen, sottolineando la ricchezza della diversità e l’umanità comune che è bisogno di fratellanza nel nome di Dio.
Al termine della celebrazione il parroco ha ringraziato le realtà che hanno reso possibile e sostenuto il Festival tra cui il Comune, rappresentato dal sindaco Cristina Citterio.
Alle 20 si è tenuta poi la cena in oratorio con alcuni prodotti provenienti da diverse carceri italiane e sono stati presentati i progetti Prison Beer dell’associazione La Valle di Ezechiele con don David Maria Riboldi e della cooperativa Homo Faber del carcere di Lodi. Testimonianze di vite trasformate dall’amore, dall’accoglienza, dalla dedizione e da una fede incrollabile che trasforma l’impensabile in realtà. La speranza in concreto.
V.S.














