Anche a Osnago le proposte in occasione del 75esimo anniversario della liberazione non hanno avuto la partecipazione pubblica per l’emergenza Coronavirus, ma i cittadini hanno potuto seguirle online.
Alle 10.30 presso il monumento di viale Rimembranze si è tenuto il minuto di silenzio, a seguire la deposizione di fiori presso il Cippo Casiraghi di via Roma con il vicesindaco Maria Grazia Caglio che ha ricordato le vittime della repressione nazifascista e infine in viale Rimembranze il discorso dal primo cittadino Paolo Brivio con accompagnamento musicale del maestro Ornella Caiani del Corpo musicale di Osnago e Lomagna e la partecipazione di una rappresentanza della Polizia locale e e degli lpini.
«Care osnaghesi, cari osnaghesi, avevamo immaginato di celebrare in modo radicalmente diverso il 75esimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo – ha esordito il sindaco – Un anniversario importante, non solo perché caratterizzato da una cifra “rotonda”, ma perché 75 anni sono la misura dell’avvicendarsi di una generazione, il passaggio di testimone tra “quelli che c’erano” e quelli che dovranno sforzarsi di fare memoria pur non avendo vissuto determinati eventi. Per questo, avevamo previsto, tra le tante iniziative, di dar voce ai ragazzi delle scuole. L’epidemia ce lo impedisce, così come ci impedisce di intitolare, come avremmo voluto, un luogo di Osnago a Gaetano Casiraghi. Ma ce lo impedisce oggi. Ci sarà un domani, oltre il virus. E sono sicuro che in quel domani la memoria della Liberazione continuerà a interpellarci e a orientarci. Molti hanno paragonato i tempi che viviamo a una guerra, e le conseguenze socio-economiche della pandemia agli effetti di una guerra. Io ho cercato, in queste settimane, di rifuggire da metafore belliche, per descrivere il dramma e l’incertezza che ci avvolgono. Dobbiamo onorare la memoria degli scomparsi, dei troppi scomparsi, minati dal virus. Dobbiamo celebrare la straordinaria qualità umana e professionale di medici, infermieri, operatori sanitari, che hanno lottato per salvare tante esistenze e proteggere la salute pubblica, pur nel contesto di un sistema sanitario e assistenziale che – non nascondiamocelo – soprattutto in Lombardia ha evidenziato lacune desolanti, su cui sarà necessario riflettere e intervenire, a emergenza superata. Dobbiamo registrare una terribile evidenza statistica: in due mesi, nella nostra regione, i morti sono stati cinque volte di più delle vittime civili causate dal conflitto mondiale tra il 1940 e il 1945. Ma non stiamo vivendo una guerra. Non c’è violenza dell’uomo sull’uomo, aggressione di un popolo a un popolo. Inedita è la sfida, inedita deve essere la miscela di prudenza, coraggio e intelligenza con cui la affrontiamo.
Libera e democratica. Sfida inedita, ma radicata nella storia, dalla quale sempre ricaviamo lezioni. La Liberazione, ottenuta definitivamente il 25 aprile 1945, con il decisivo apporto politico-militare dei paesi alleati, fu l’approdo di un movimento di popolo senza precedenti nella storia d’Italia. Un popolo autentico e largo, che si era sollevato, si era ribellato, aveva messo a repentaglio le sue sicurezze, convergendo attorno alla visione di un paese fondato sulla solidità di alcuni pilastri irrinunciabili. Il primo pilastro, e per noi, ancora oggi, il primo riferimento, è la libertà. Le donne e gli uomini della Resistenza avevano sperimentato l’oppressione della dittatura, la violenza del partito e del pensiero unico, l’insopportabilità della censura, la finta solidarietà del corporativismo, l’aberrazione della discriminazione razziale. E i condizionamenti meno drammatici, ma patetici e grotteschi, comunque illiberali, del vivere quotidiano. Così vollero un’Italia anzitutto libera e la costruirono libera. Noi siamo debitori di quell’amore per la libertà, e non dobbiamo tradirlo. Nemmeno oggi, in tempi di limitazioni delle libertà individuali che non dobbiamo abituarci a considerare inesorabili e permanenti. Distanziamenti, tracciamenti, controlli sui comportamenti e sui movimenti: misure sacrosante, in nome del contenimento emergenziale del contagio, ma che non devono diventare forme strutturali del vivere associato. E del nostro inconscio collettivo, che comprensibilmente cerca protezione, ma non deve indurci a legittimare la delazione. Portiamo e sopportiamo la mascherina, ma non smettiamo di sognare e preparare il momento in cui ce ne libereremo.
Il secondo pilastro, progettato e costruito dalle donne e dagli uomini della Resistenza, fu la democrazia. Come ogni movimento di liberazione, anche la Resistenza italiana ebbe lati oscuri, protagonisti discutibili, accadimenti censurabili. Ma nessun revisionismo può offuscare il poderoso, insuperabile merito storico di aver impiantato la democrazia in un paese che mai l’aveva conosciuta. La Resistenza volle la democrazia, perché era sostanzialmente democratica, avendo origine di popolo e ospitando al suo interno matrici culturali e visioni politiche eterogenee, e però capaci di confluire in un’idea di Italia mirabilmente espressa dalla Costituzione repubblicana del 1948, monumento alla democrazia ancor oggi saldo e vitale. La stessa passione democratica deve sostenerci nelle prove attuali: chi guarda ai regimi autoritari, o a modelli leaderistici, come a strumenti politici in fondo più adatti della democrazia a fronteggiare emergenze globali, non sa di cosa parla. Non sa nemmeno che, storicamente, scienza, medicina e salute hanno progredito e prosperato nelle società aperte, plurali, in cui la discussione pubblica è libera e senza censure, in cui i poteri sono divisi e le istituzioni collaborano e si bilanciano. Le decisioni, nelle democrazie, possono apparire meno nette e veloci. Ma alla lunga sono più ponderate e condivise, dunque più giuste ed efficaci.
Capace di sviluppo e solidarietà. Il terzo pilastro su cui si basò l’Italia scaturita dalla liberazione fu un’idea di progresso proiettata alla conquista di un benessere economico diffuso, ma contaminato da una chiara tensione alla giustizia sociale. I resistenti, e poi i costituenti, vollero un paese “fondato sul lavoro”, in cui “libertà e uguaglianza” si danno reciproco sostegno, in cui l’intangibilità dell’iniziativa privata viene orientata all’“utilità sociale”. Così, nei decenni successivi, l’Italia, anche grazie all’ingegno dei suoi abitanti, avrebbe conosciuto una spettacolare crescita produttiva, che l’avrebbe condotta nel gotha delle principali economie mondiali.
E l’area dei diritti dei lavoratori e della protezione sociale avrebbe trovato modo di espandersi, come mai era avvenuto prima nella storia del paese. Non sempre, però, quel processo è stato lineare e continuo. Negli ultimi decenni, la tirannia della finanza ha eroso preziose conquiste, precarizzando il lavoro e tornando a divaricare la forbice delle disuguaglianze. E un consumismo bulimico e cieco ha compromesso vitali equilibri ecologici. Le epidemie contemporanee sono probabilmente accelerate dello sconvolgimento dell’ambiente, e sicuramente accentuano i processi di impoverimento. Oltre l’infelice decrescita determinata dal virus, dovremo batterci per un modello di sviluppo orientato all’inclusione economica e sociale, e più in armonia con il pianeta. Infine, il quarto pilastro posto a fondamento dell’Italia liberata fu la solidarietà. Nel micro, nel macro. Nelle relazioni brevi e in quelle internazionali. La Resistenza fu esperienza di profonda condivisione umana, e la Costituzione, superando la stagione dell’inquadramento totalitario della partecipazione individuale e di ogni forma sociale, fece della solidarietà un principio “inderogabile” della nuova Italia. Oggi – conclude Brivio – come allora, sperimentiamo che nel momento peggiore gli uomini possono anche tirar fuori il meglio di sé. È accaduto anche nel piccolo della nostra Osnago, anche in queste settimane terribili: alleanze inedite tra persone diverse e gruppi diversi per aiutare chi soffre, e la generosità umile e nascosta di tanti mi hanno consolato, in certi momenti persino commosso. Abbiamo un dna solidale, capace di rigenerarsi quando la crisi sembra senza rimedio. È lo stesso dna che, su ben altra scala, chiediamo di esibire ai leader degli stati europei. L’Europa unita, lo sappiamo, fu la grande“invenzione” di politici e intellettuali illuminati, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale: un’utopia che si è fatta tangibile garanzia della stagione storica più pacifica e prospera mai vissuta dal nostro continente. Da troppo tempo, però, gli interessi nazionali, e rinascenti ideologie nazionaliste, sembrano frenare e appannare lo sviluppo di quella magnifica e fertile idea. Oggi, pressati dal virus e dalla depressione economica che ne scaturisce, i leader europei cercano di attivare nuovi meccanismi di solidarietà, ma in maniera che appare ancora contraddittoria, sospettosa, in ogni caso macchinosa. Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative”, ha ammonito papa Francesco a Pasqua. I nostri padri resistenti e costituenti avrebbero di certo sottoscritto. Un’Italia e un’Europa libere, democratiche, capaci di progresso nella giustizia, solidali al proprio interno e con gli altri popoli. È la lezione che ci consegnano 75 anni di storia, a cavallo tra due millenni. Ed è il più luminoso augurio che oggi possiamo fare a noi stessi, uomini, donne e comunità attesi a una nuova liberazione, oltre una pandemia che i libri di storia ricorderanno, domani, come la formidabile prova della nostra generazione. Viva la resistenza, viva la liberazione, viva l’Italia e l’Europa unite, in pace, guarite. E buon 25 aprile a tutti».
D.V.





