OSNAGO, SAN FRANCESCO PARLA ANCORA OGGI

In occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco, il Centro socio-culturale Lazzati, con la parrocchia, il Centro parrocchiale di Osnago e il Convento di Sabbioncello, ha promosso, venerdì 9 ottobre alle 21 presso la Sala Sironi, la serata Il linguaggio di San Francesco, moderata da Canzio Dusi, membro del Lazzati. Protagonisti del dialogo il professor Marco Erba, scrittore e giornalista che da anni insegna italiano e latino nelle scuole secondarie di secondo grado, e Padre Pietro Pagliarini, frate minore e attualmente guardiano del Convento di Santa Maria Nascente in Sabbioncello di Merate, che hanno restituito il ritratto di un Francesco reale, radicale e provocatorio.
«Francesco come uomo reale che ha toccato il fondo, personaggio amato ma scomodo, incompreso persino dai suoi stessi frati – ha spiegato professor Erba – Dopo aver combattuto in guerra ed essere stato il re di feste e vita mondana, si è posto la domanda fondamentale sul senso della propria esistenza e, applicando la parabola evangelica del tesoro nel campo, ha venduto tutto per andare fino in fondo».
Ha poi riletto alcune parole del Cantico delle Creature alla luce delle contraddizioni moderne, esemplificandole anche con suoi aneddoti di vita. Se la società odierna rimuove la morte rincorrendo a creme anti-invecchiamento, farmaci che donano la vita eterna, al salutismo estremo e alla frenesia del possedere, vincere ed affermarsi (più like, follower, PIL, guadagno, successo), che a volte porta i giovani a sentirsi fragili con il rischio che si facciano del male o facciano del male a qualcuno, Francesco la chiama sorella.
«Francesco direbbe che se vivi nel possesso tutto ti scivola fuori dalle mani; se vivi nel dono, invece, hai tutto da conquistare. La logica del dono credo sia quella vincente, educativa, da proporre»  ha sottolineato. Erba si è soffermato sulla parola scintilla, che nel Cantico si ritrova in luna, stelle, fuoco e sole, sottolineando come Francesco inviti a far cambiare sguardo sulla realtà: invece di guardare la cenere (ciò che non va, il giudizio), bisogna cercare e dare spazio alla scintilla (ciò che brilla e c’è di buono) negli altri e nel mondo. Infine ha introdotto l’ultima parola, perdono, evidenziando come chi perdona davvero, a prescindere dalla propria religione, rivela il volto di Dio e sceglie di essere un ponte anziché un muro.

Padre Pagliarulo ha portato alla luce tre strappi che Francesco effettua rispetto alla società dell’epoca e a quella attuale. Il primo, dall’avere all’essere, strappando dall’idea che il valore di una persona dipende da quanto possiede, ma sia legato a ciò che è. Il secondo, dall’obbedienza alla vera libertà: «Non sono libero perché faccio quello che voglio, ma sono libero perché scelgo chi servire. Penso ad alcuni giovani che intendono un po’ così la libertà: sei libero quando non devi sottostare a delle regole, quando non devi obbedire, quando fai quello che vuoi, ma poi sono schiavi di consumismo, moda, apparire» ha sottolineato Padre Pietro. Il terzo, dal possesso all’amore: in una cultura in cui tutto è ipersessualizzato e la felicità si misura con l’accumulo di legami, si può amare senza possedere l’altro, aprendo orizzonti d’amore più ampi, amandone l’essenza. Francesco dimostra la sua rivoluzione con tre professioni di incredulità, non credendo: alla struttura piramidale della società del suo tempo, all’idolatrare i rapporti di forza e ai desideri mondani iniziali del proprio cuore (il lusso, la fama, il successo).
Dalle domande del pubblico i relatori hanno poi sottolineato l’attualità educativa del Santo. Per stare accanto ai giovani e guardare le scintille negli altri occorre sospendere il giudizio, praticare l’ascolto profondo e accettare che la fatica acquista bellezza quando è guidata da un senso grande. Agli adulti spetta il compito di essere testimoni credibili e sereni, capaci di mostrare la bellezza piuttosto che pretendere risultati predeterminati.

 

V.S.



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