Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Costantino Scopel, presidente del Granaio onlus di Paderno d’Adda che aggiorna sulla situazione delle case e dei centri per disabili in questo anno di pandemia.
Lo spazio resta a disposizione per repliche e precisazioni a riguardo.
E’ passato un anno dall’apparizione di questo virus che ha condizionato un po’ la vita di tutti.
Noi gente normale, per modo di dire, lo abbiamo subìto e ci siamo un po’ adeguati al tipo di sacrifici richiesti. Ma la gente più debole, le persone non autosufficienti, in che situazione sono? Io vorrei illustrare un aspetto che chiarisca come i disabili gravi hanno aggravato il lavoro delle loro famiglie. E quella parte di non autosufficienti che sono rinchiusi in strutture residenziali.
CENTRI DIURNI: appena è scoppiato il caso cosa hanno fatto le nostre autorità amministrative? Hanno chiuso i centri diurni e naturalmente i genitori hanno dovuto rinunciare a quelle poche ore di sollievo e respiro che avevano. Naturalmente le nostre autorità nemmeno si sono sognate di dare appoggio psicologico alle famiglie. Una telefonata una volta al mese per chiedere: <<Come state?>>. Se qualcuno si azzardava a dire che non stava bene, l’unica risposta era: <<Peccato ma non possiamo fare nulla>>. In poche parole: Arrangiatevi! Per velocizzare questa ‘telefonata beffa’ noi si rispondeva: <<Stiamo benissimo!>>. Chi doveva andare a lavorare ha dovuto rinunciare per doversi curare i figli (senza alcun tipo di ristoro). Condividiamo anche i sacrifici che i genitori dei ragazzi ‘normali’ hanno dovuto subire.
STRUTTURE RESIDENZIALI: Chi invece risiedeva e risiede in case e strutture ove alloggiano per 24 ore/365 giorni all’anno i disabili gravi si sono visti comminare una condanna al 41/bis. Isolamento totale! Nessuna visita dei parenti o amici. Ora è passato un anno e questi ragazzi sono ancora rinchiusi senza avere almeno l’ora di aria che spetta agli assassini e stupratori, quale diritto costituzionale.
E nel contempo cosa hanno fatto le strutture che sorvegliano queste strutture? Nulla di nulla. Ignorati completamente. Naturalmente loro diranno: abbiamo fatto riunioni su riunioni. Cosa hanno prodotto queste riunioni in via telematica o meno? Un risultato l’hanno portato: lo stipendio sicuro per questi personaggi e sono tanti e tanti. Centinaia, tutti che lavorano e portano a casa lo stipendio.
Solo oggi, dopo un anno di pandemia, abbiamo ricevuto da Retesalute una lettera (con una serie di documenti da firmare) nella quale preavvisano i genitori che forse faranno un tampone. Avete capito bene, un tampone! Sino ad ora non si erano nemmeno sognati di fare un tampone a questi soggetti più deboli e al personale che cura queste persone, anche se la legge lo prevede. È passato un anno!
Ma avete capito? Ora sarebbe il momento di programmare il vaccino, ma si arriva, dopo un anno, a prevedere il primo tampone. Per le case residenziali per disabili gravi non è nemmeno ancora previsto. Sarebbe troppo presto.
Pensate quanto hanno lavorato per arrivare alla conclusione dopo un anno che ‘forse’ sarebbe stato necessario fare il tampone a queste persone. E senza dubbio i dirigenti delle varie unità di controllo ATS o ASST, dalle Asl (Aziende sanitarie locali) alle Ats (Agenzie per la tutela della salute); dalle Aziende ospedaliere alle Asst (Aziende socio-sanitarie territoriali). La riforma sanitaria lombarda si gioca tutto sui nuovi acronimi. Ci sono stati 100 mila morti? Non importa! I risultati? Non ve ne sono. Retesalute, chiedo, a cosa serve?
E tutta questa banda inizia alla mattina con una bella riunione, nella maggior parte videoriunione e dopo ore e ore di discussione si pensa abbiano trovato un risultato. Macché; la riunione è aggiornata al giorno dopo e il giorno dopo la procedura si riavvia e così per mesi e mesi. Il fatto che questi personaggi quando terminano la riunione si autoconvincono di aver lavorato. Non pensano che i loro colleghi impiegati presso le case alloggio alzano dal letto (alle 6 del mattino) tante persone sofferenti, le cambiano, puliscono gli escrementi e cercano di imboccare e curare durante la giornata. Una vergona nazionale alla quale questi poveri italiani devono assistere e stare zitti. Vengono considerate dai nostri benpensanti persone corrette e formali, educate, quelle persone che non svelano questa situazione, che stanno zitte e dicono: non è colpa nostra. È sempre di qualcun altro.
Conosco donne giovani, sposate e con bambini, che per arrotondare un po’ le entrate in famiglia e garantire il minimo ai loro figli sono andate a lavorare nei bar e ristoranti per elemosinare qualche ora di lavoro. E ora sono rimaste a casa senza il minimo supporto. Ma ai dirigenti e al personale della nostra organizzazione sanitaria e sociale è stato garantito tutto. Ai loro colleghi dottori e infermieri, che erano in prima linea e morivano e muoiono, facevano e fanno mancare mascherine e vestiario, tamponi e vaccini.
Retesalute è nata per curare i bisogni di salute dei più bisognosi. Secondo me, hanno confuso i più bisognosi. Si sono garantiti lo stipendio. I veri bisognosi sono stati trascurati e identificati come soggetti da tassare per pagare la loro incapacità e per garantire un posto sicuro a chi non ha la minima voglia di risolvere i problemi veri. Specchio esatto del nostro governo e dei partiti che li hanno collocati in quei posti.
Naturalmente i sindaci, che rappresentano questa incredibile realtà, si dovranno pur chiedere, se rimane loro ancora un po’ di coscienza; come mai chiedono ai loro cittadini di pagare una multa quando passano col rosso e loro non pagano, personalmente, per i danni che hanno provocato alla comunità.
Ma questa è la nostra Italia e io mi vergogno di essere italiano. Ma non posso farci nulla. Devo subire anch’io. Di tacere non se ne parla per ora. Attendiamo l’epoca in cui ci proibiranno anche di parlare.
Costantino Scopel
